All'inizio dell'anno è stato pubblicato un studio molto apprezzato di CDRterra, al quale hanno collaborato in modo interdisciplinare oltre 100 ricercatori. Lo si può riassumere grosso modo così: anche con una politica climatica da sogno, dal cui stato ideale siamo attualmente molto lontani, in futuro rimarranno comunque delle emissioni residue. Non sarà possibile evitare completamente dal punto di vista tecnico, economico o sociale, indipendentemente da quanto «aperti alle tecnologie» ci si avvicini alla questione. Purtroppo c’è anche una cattiva notizia: le emissioni residue previste saranno più elevate del previsto.
Ma c'è anche una buona notizia: il ruolo dei pozzi di assorbimento di CO2 è stato finora sottovalutato. Questi pozzi sono in particolare le «soluzioni basate sulla natura». Ad esempio, il rimboschimento, l'agroforestazione e la riumidificazione delle torbiere. I pozzi di assorbimento di CO2 valutati come i migliori nello studio sono efficaci e collaudati. Rispetto ai costi derivanti dal mancato raggiungimento dell’obiettivo climatico, sono inoltre economicamente più convenienti. Secondo lo studio, questi pozzi necessitano di un forte impulso per essere sviluppati, che però deve essere finanziato.
È qui che finisce il consenso. Invece di semplificare la vita a chi vuole fare qualcosa, si discute sul «come» e non si approvano leggi quadro di accompagnamento.
Nel 2025 il Ministero federale dell’economia e della protezione del clima ha sottolineato che il mercato volontario del carbonio può svolgere un ruolo essenziale nel colmare il deficit di finanziamento globale per il clima. Esistono quindi sostenitori facoltosi e, a quanto pare, anche disposti a pagare.
La fondazione di pubblica utilità Allianz für Entwicklung und Klima conclude in un recente documento di posizione rivolto al governo federale che è finalmente necessario un quadro politico «per l’utilizzo dei crediti di emissione internazionali, che riconosca l’impegno imprenditoriale nell’ambito di strategie olistiche di protezione del clima con un percorso di decarbonizzazione». Attualmente manca l'elemento fondamentale, ovvero il «quadro d'azione giuridicamente sicuro e il riconoscimento politico», per cui la domanda da parte degli attori impegnati non può essere soddisfatta dall'offerta.
O, in parole povere: chi vuole (le imprese) non riesce attualmente a entrare in contatto in misura sufficiente con chi può farlo (gli sviluppatori di progetti).
Come può l’ovvio essere così difficile? Il Giappone mostra come si può fare: il J-Credit Scheme consente la decarbonizzazione aziendale e la partecipazione volontaria a progetti per la tutela del clima internazionali. I crediti di emissione sono riconosciuti dallo Stato e integrati negli strumenti nazionali.
I numerosi firmatari del documento di posizione della Fondazione Alleanza per lo Sviluppo e il Clima, di cui fa parte anche myclimate, chiedono che la protezione del clima volontaria ottenga un quadro d’azione giuridicamente sicuro e un riconoscimento politico. Si parla addirittura di un «safe harbour» giuridico per le imprese, al fine di indirizzare gli investimenti verso certificati di alta qualità e accelerare notevolmente il finanziamento privato per il clima.
Probabilmente le imprese locali si accontenterebbero già di un «safe harbour» di livello inferiore. Infatti, quando attualmente le imprese destinano fondi alla protezione del clima, contattano per prime l’ufficio legale anziché gli sviluppatori di progetto. Spesso sono proprio i difensori del clima i critici più accaniti. Non si tratta tanto di una critica fondata, e quindi intrinsecamente importante, quanto piuttosto di avere ragione. Anche i progetti valutati come di ottima qualità vengono criticati perché con un altro metodo si potrebbero ottenere risultati ancora migliori. Un esempio: un progetto forestale nel Brandeburgo viene criticato da un’organizzazione perché punta sul rimboschimento umano anziché sullo sviluppo naturale della foresta. Eppure entrambi i percorsi danno buoni risultati.
Oppure le imprese devono difendere i propri finanziamenti per la protezione del clima. Ironia della sorte, non è raro che i ricorrenti sottolineino la validità e la necessità dei progetti finanziati. Ma il fatto che proprio questa impresa comunichi il proprio impegno: questo deve finire in tribunale. A farne le spese sono poi i progetti e l'impegno delle imprese. In questo modo non è possibile mobilitare in misura sufficiente il capitale privato per la protezione del clima. Il dibattito attuale, anche tra gli stessi ambientalisti, manca troppo spesso di senso della misura e di attenzione all'essenziale.
A trarne vantaggio sono proprio coloro che non fanno nulla. Chi non avvia o finanzia alcun progetto può ovviamente stare a guardare. Questo deve cambiare. Rendiamo la vita difficile a chi non fa nulla. O almeno rendiamo la vita più facile a chi si impegna. Dobbiamo iniziare a fare. Al cambiamento climatico non interessano le discussioni, a differenza dei progetti e delle misure concrete.
Conclusione: conosciamo il problema e la soluzione. A livello internazionale e nazionale servono linee guida politiche che favoriscano il cambiamento.
E ancora un appello all'unione e a tutti coloro che, con l'obiettivo della «protezione del clima», dovrebbero in realtà remare nella stessa direzione: anche se a volte le opinioni divergono sul «come», per misure di alta qualità dovrebbe esserci un consenso invece che critiche sul «modo ancora migliore». L'ampio sostegno al documento di posizione citato è un inizio.